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Dove il passato incontra il futuro

Dove il passato incontra il futuro

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Il bello fa splendere la verità, diceva Platone.

E il bello assoluto è la parola d’ordine anche per quei beni dell’Umanità, tutelati dall’Unesco. Ancora più in quest’anno in cui si celebra l’anno europeo del patrimonio Culturale con l’obiettivo di valorizzare i paesaggi, la storia, l’arte e la creatività seguendo il motto: “dove il passato incontra il futuro”. Ogni regione dell’Italia regala qualcosa di unico e autentico. Ho scelto quattro itinerari inseriti nell’olimpo dell’Unesco che meritano più di una visita fugace. Perché proprio questi? Perché nell’essere conosciuti sono ricchi di fascino e carichi di storia. Inoltre ben si adattano a una breve fuga in vista delle vacanze di pasqua.

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Fred Flintstone, la moglie Wilma e gli amici Barney Rubble con sua moglie Betty, in Val Camonica si sentirebbero a casa. Perché gli Antenati ritroverebbero quell’età della pietra che da queste parti riecheggia un po’ ovunque. A iniziare dal nome: deriva dagli antichi Camuni, popolazione che abitava l’area durante il I millennio a.C., fino alle 250.000 incisioni rupestri che hanno fatto diventare, nel 1979, la Val Camonica – si estende per circa novanta chilometri in mezzo alle Alpi orientali, fra le province di Brescia e di Bergamo – il primo dei siti italiani inseriti nell’Unesco World Heritage List. Un po’ ovunque ci sono particolari incisioni rupestri, indicate nel dialetto locale con il termine riduttivo di “pitoti”, ovvero “pupazzi”. Si possono ammirare cacciatori, guerrieri e contadini, carri e aratri, cavalli, buoi, cervi, uccelli acquatici e cani, capanne e torri medievali. L’incisione più famosa è la cosiddetta “Rosa Camuna”, una sorta di fiore stilizzato. Diverse anche le interpretazioni sul significato: c’è chi ipotizza che si tratti di un simbolo solare, altri che fosse una bandiera o uno strumento musicale dell’antico Egitto, altri ancora un portafortuna.

È curioso l’insediamento industriale di Crespi d’Adda. Un villaggio operaio in stile Liberty, costruito durante l’ultimo quarto del XIX secolo dalla famiglia Crespi, che scelse quest’area, sulle rive dell’Adda, per costruire un cotonificio. Una vera e propria cittadina costruita in funzione della fabbrica e a supporto di chi ci lavorava: c’era l’ospedale, il centro sportivo, la chiesa, il lavatoio che era un vero e punto di incontro per le donne e il teatro, e i bagni pubblici con una piscina d’acqua calda a disposizione gratuita di tutti gli abitanti. Soprattutto c’erano le case degli operai perfettamente allineate e le ville dei dirigenti. Oggi quel gioiello ambientale e architettonico non è più in funzione (l’abitato ospita una comunità in gran parte discendente di coloro che vi vissero o lavorarono) ma è rimasto uguale a quando fu voluto da uno dei più grandi pioneri dell’industria italiana, Cristoforo Benigno Crespi. A ben guardarlo sembra di trovarsi ad un paesaggio di quelli descritti da Andersen nelle sue favole e passeggiando tra le strade silenziose si fa un tuffo fuori dal tempo (ingresso gratuito, visita guidata a 5 euro), dove sembra riecheggi ancora il rumore dei telai. Colpisce la Villa Padronale con la forma che ricorda un castello medievale che veniva utilizzata dalla Famiglia Crespi per il soggiorno estivo. Curioso che ci fosse anche un albergo. I più maliziosi pensano che fosse di quelli a ore, ma in realtà, come spiegano le guide che fanno fare il tour, era riservato a clienti e fornitori.

Da non perdere l’occasione di visitare l’Orto Botanico di Padova che, fondato nel 1545, è il più antico del mondo (si trova poco distante dalla Basilica di Sant’Antonio). Fu istituito per la coltivazione delle piante medicinali che allora costituivano la maggioranza dei “semplici”, cioè di quei medicamenti che provenivano direttamente dalla natura. Moltissime tra le colture originali di altri continenti, come la patata e il girasole, il gelsomino, si diffusero in Europa grazie ai loro primi impianti effettuati proprio nell’orto patavino. Si contano circa 6000 specie di piante, tra cui un gigantesco platano del 1680, dei cipressi calvi, originari della palude della Florida e una varietà infinita d’orchidee. Il pezzo forte? Una palma a ventaglio (chamaerops humilis) alta circa 11 metri. La chiamano “la palma di Goethe” perché la celebrò in un suo scritto: “le prime foglie che sorgevano dal suolo erano semplici e fatte a lancia; poi andavano dividendosi sempre più finché apparivano spartite come le dita di una mano spiegata”.

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Un’altra ricchezza nazionale è la cattedrale di Cefalù (patrimonio Unesco insieme al Duomo di Monreale), in Sicilia, l’asse su cui ancora ruota l’intera città storica, inserita tra il vasto orizzonte marino e il tozzo monte cui è addossata. Si racconta che fu eretta da Re Ruggero per sciogliere il voto fatto in occasione di una terribile tempesta che lo colse in mare (era in viaggio per nave da Salerno a Palermo). L’interno della cattedrale (ingresso free) è dominato dal solenne ritmo del colonnato e dall’immagine incombente del Cristo Pantocratore (che qui dicono sia più bello di quello di Monreale) nel catino dell’abside, tutto a mosaici su fondo oro, con scritte in greco e latino, di pregevolissima fattura bizantina. Ma tutta la cittadina affascina, a partire dal pittoresco porticciolo dal quale si osserva il caratteristico fronte a mare della città murata, con gli archi che fanno da ricovero alle barche.